venerdì 28 ottobre 2011

Saldati


Metti il caso, ma metti il caso,eh.

Che tu sia in un automobile bloccata sulle rotaie dentro un tunnel ferroviario.
Ora, come tu ti sia infilato in questa situazione non ti riguarda, la sfortuna ha modi di agire davvero misteriosi.
O un’eccessiva sbornia, o qualcuno ti ha drogato e ti ha portato e lasciato li. Non lo sai. Non lo saprai mai. Ma soprattutto non è importante.

Dunque tu ti trovi dentro questa automobile e non è neppure la tua, neppure di un tuo amico alla lontana, quindi non ti devi neppure preoccupare di eventuali danni ad essa.

La questione è questa. Tu sei dentro quest’auto, su una ferrovia e sai che prima o poi passerà un treno sopra di te. Dentro di te.

Certo, potresti esser fortunato ed esser capitato in un binario morto. Ma se hai avuto la sfiga di finire con l’auto in un binario ferroviario non avrai certo la fortuna che questo binario sia morto.
E se qualcuno ti ha drogato e ti ci ha portato, perché avrebbe dovuto scaricarti in un binario morto? Voglio dire, già come minimo avrà rubato un’auto per fare questa messinscena, che senso avrebbe usare un binario morto?

Bene. Dunque. Tu sei li, nella tua auto, dentro un tunnel ferroviario, su un binario vivo. E sai che un treno sta per arrivare. Di rimuovere l’auto te lo scordi, non sai in che punto del tunnel tu sia, non sai da che parte arriverà il treno, forse non hai neppure le chiavi. Come sopra. Non è importante.

Il punto davvero importante è che hai un po’ paura, perché comunque sai che il treno sta per arrivare.
Ma non molta perché è un evento ancora fuori dal tuo controllo.
C’è un piccolo pezzo nel cervello che ti mette in guardia, sa quello che succederà e ti avverte, ma è ancora troppo remota come possibilità perché questo possa alterare il tuo stato o gestire i tuoi comportamenti.
Quindi tu sei concentrato principalmente sul perché tu sia li e come tu ci sia arrivato e non pensi all’imminente destino.

Poi d’un tratto succede.

Laggiù in fondo in fondo vedi una lucina.
E’ lontanissima ma la vedi. Ancora non senti alcun rumore, nessuna vibrazione che ti aspetteresti ma vedi comunque quella lucina.

Ancora non sai bene cosa pensare, come sentirti ma il cuore inizia ad accelerare. Un turbine di pensieri.
Come uscire? Cosa fare? Dove andare?
E più la lucina si avvicina più aumenta la matassa di decisioni da prendere e il tempo scorre lentissimo, ma sai che è solo un illusione.

La luce ora è più grande, quanto sarà? A cento metri? Non lo sai, non lo puoi sapere, ma te ne convinci lo stesso.
Sei ancora lì, impalato. Sai che non dovresti stare lì, ma ci stai lo stesso perché sei paralizzato.
Ti odi, perché passi quelli che pensi siano gli ultimi istanti della tua vita immobile a pensare a cosa fare, invece di provare a fare qualcosa e magari a trasformare quegli ultimi istanti in istanti come altri.

Cinquanta metri. Ancora lì che rifletti. Ti guardi intorno velocemente. A destra e a sinistra ma comunque non ti muovi.

Venticinque metri. I pensieri ormai sono una cosa sola. Aprire, uscire, saltare, scansarsi.
Aprireusciresaltarescansarsi. Apruscisaltansarsi. Apransarsi.

Dieci metri. Ormai ti è addosso. Ora le emozioni hanno preso il sopravvento e tu non riesci più a pensare.
Sei sopraffatto.

Cinque metri.
Cazzo cazzo cazzo cazzo.

Bum

Sibilo.
 
Quando è stato il momento esatto in cui le emozioni hanno preso il sopravvento sulla ragione? C’è stato un punto in cui ancora eri in grado di pensare, poi sei stato rimpiazzato.
 

Portami a vedere il cielo questa notte, anche se è nuvolo.
Portami a vedere il cielo questa notte, anche se è nuvolo.
Ho tanto caldo anche se è inverno.

Non più.

mercoledì 19 ottobre 2011

...

...e lunghe ore a ingannarci cosi'
a dire lui e lei, sempre gli altri,
e i palliativi sono sempre tanti
per non ammettere che siamo qui.
Charlie Brown e Mafalda e la scuola
storie un po' vere, a volte inventate,
nei pomeriggi d''inverno e d'estate,
di strani voli su una parola.

Quando cantavo plaisir d'amour,
tu mi guardavi e ridevi piu' forte:
non lo capivi che ti facevo la corte
o forse capivi e la furba eri tu.
E mi hai sospeso su un filo di lana
e mi ci terrai ancora per molto,
giovane amore, fiore non colto,
o forse si', ma da un'altra mano.

E chi lo sa se anche tu mi vuoi bene,
a volte credo di esserne certo,
a volte invece sembra tutto uno scherzo:
fuggono gli occhi come falene.
Amica mia sorella speranza,
quello che vuoi sentire io non ti diro',
quello che voglio non sentiro',
quello che c'e' dietro l'indifferenza.

E tutto e' morto e tutto e' ancora vivo
e solamente tutto e' cambiato,
quello che provo l'ho sempre provato,
e credo ancora in cio' in cui credevo.
E il fiocco nero e' l'unica cosa
che mi e' rimasta con la malinconia,
ma insieme a questa stanca anarchia
vorrei anche te, amica mia.

Ma dimmi tu, non e' meglio cosi'?
Immaginare ed illudersi sempre,
qui ad aspettare qualcosa o niente,
qui ad aspettare un no o un si',
che in ogni caso sarebbe fine
di tutto questo che almeno e' un ricordo,
cosi' studiato giorno per giorno,
fatto di tanti cristalli di brina.




Con 12 punti nel culo ed 1 sul cuore.
Domani mi tolgono quelli nel culo.
Quand'è l'appuntamento per quello più su?

giovedì 13 ottobre 2011

De Rerum Basis

Non c'è nulla di male ad essere base, ma a me fa schifo al cazzo (cfr. italiano nel testo)

  
Base?
Base è bellissimo perché non è un insulto.
Base è bellissimo perché è soggettivo.
Base è bellissimo perché non è omnicomprensivo, ma settoriale.
Base è bellissimo perché esprime il punto di partenza,
che poi ognuno ci costruisca sopra quel che vuole.
E se non ci costruisce sopra nulla
allora quell'ognuno è

Base!
 
Base non è un aggettivo, è una condizione e può avere vari ambiti.
Base è un modo per classificare senza classificare.
Base è un modo per stabilire se vale la pena ascoltare o no.
Base è finalmente il modo per uscire dall'impasse "Ma è un/una bravo/a ragazzo/a": se è base non importano le sue virtù.
Base, in più, è anche simpatico perché grammaticalmente scorretto.
Base, nella sua ingenua scorrettezza, è piacevole come il "Ma però" consecutivo, enfatizzato con smorfie o inflessione della voce.
Base è una licenza poetica.
Base non può essere rimpiazzato con sinonimi, perché sotto sotto
base è un insulto per chi lo pronuncia ma non per chi lo riceve.

 
In un vortice di sabbia gli altri vedevan siccità
a me ricordava la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa.


Jones non è base, gli altri si.
Ma se uno degli altri ci avesse visto chessò un mulino, neanche lui sarebbe stato base.
Ma se anche uno degli altri si fosse interrogato sul perché stesse vorticando la sabbia,
allora neanche costui sarebbe stato base.
E in più se anche uno degli altri non avesse potuto vedere siccità poiché incantato
dal movimento di ogni singolo granello di sabbia colto, sollevato, sbattacchiato contro gli altri,
portato nel punto più alto e poi lasciato ridiscendere in balia della corrente residua esterna,
come una molecola d'acqua in ebollizione allora, neppure lui, sarebbe stato base.
E se uno alla vista del vortice si fosse messo a piangere ricordando il vortice analogo
che ci fu quando egli era ancora bambino e spensierato bene,
neppure egli sarebbe stato base.
Ma anche se per lo stesso motivo avesse sorriso non sarebbe stato base.