lunedì 26 dicembre 2011

Chissà perché la gente a questo punto cerca dio

[a.k.a. Mo' viene natale, sossenza denari, piglio la lira e comincio a sonà]




UUAAAARRRRGHHHHHHH!!!!!!!
e non è un campanello
ma un blog serve anche per urlare no?
o bisogna solo parlare pacati e coscienziosi?

e soprattutto, se per tutta la vita decidi che il tuo preciso ruolo nella società debba essere uno
e ad un certo punto capisci che detesti proprio la responsabilità che deriva da quel ruolo
hai fatto un piccolo errore di valutazione?




natale passato incolume, nessun ferito, nessun morto
temevo il peggio.
Un morto solo in realtà: il concerto degli Zen Circus perso per ingenuità e sottostima.


gente nuova appare, gente vecchia ritorna
libri nuovi tutti da leggere [Baricco tutto nuovo sul comodino fa sempre comodo]
libri vecchi che finalmente si leggono
un po' resti nel solito posto
un po' ti prepari per andare in un posto nuovo
un po' torni nel posto vecchio

c'è un gran viavai qui, e ce n'era di bisogno.

se solo avessi saputo prima dell'arrivo della fine del mondo mi sarei vestito meglio stamattina

sabato 10 dicembre 2011

Come a primavera, sugli alberi, le foglie

[a.k.a. piccola parentesi #1]


come al liceo quando arrivi in fondo al quaderno di matematica e devi iniziarne uno nuovo
e siccome tu quell'anno lì ti sei impegnato tanto
hai addirittura riempito un quaderno intero
allora non ti va di essere impreciso
e quel secondo quaderno sarà speciale
e sarà un monocromo® ma di qualche colore ricercato
marrone
verde bottiglia
niente più quaderni dozzinali che tua madre ti compra a pacchi da 6 a settembre
e niente quaderni a buchi che spargono formule fondamentali come petali di rose
no questa volta è proprio il TUO secondo quaderno
e ti preoccupi di compilare la prima pagina
con tutte le tue informazioni
che se per caso lo smarrissi vorresti ti venisse riconsegnato
e ti premuri di scrivere che è il quaderno di matematica
e che è proprio il volume secondo


se il liceo lo avessi fatto nel 2005 ci avresti scritto sopra "matematica 2.0"
ma così non è stato


ora è il pianeta delle scimmie a diventare 2.0
merito del trasloco forzato
merito di tanti piccoli restyling
ma soprattutto merito del fatto che al suo debutto gli intenti erano un po' diversi
nemmeno io sapevo esattamente come sarebbe stato il pianeta
ma lo pensavo diversamente
non so credevo sarebbe stato una specie di editoriale
e che si potesse parlare di scoperte discografiche e letterarie
di nuove produzioni e di vecchie passioni dure a morire


di fatto si è parlato poco
sperò migliorerà
e quel poco che s'è parlato non si è detto quasi niente
solo rielaborazioni 
pensieri rimasti a metà tra cervello e gola
che dopo un po' si stufano di non uscire dalla bocca e scivolano giù alle mani


è venuto così
tu puoi scegliere cosa vorresti dalle tue creature ma poi esse hanno vita propria
evolvono


creature 2.0 per l'appunto



"...prossima vita faccio musica per sculettare
 per tirare su delle tipe da portarmi in albergo a fine serata
prossima vita, però questa ormai l'ho gestita cosi."

mercoledì 30 novembre 2011

V.M. 18 [a.k.a. Le promesse si mantengono]


“Vieni qui” dice lui.

Quasi non c’è luce nella casa. Solo piccole lame azzurro chiaro si fanno largo dalle due grandi persiane chiuse. Non permettono di vedere, solo lasciano percepire la presenza di due sagome, distanti da tutto il resto contenuto nella stanza. Sono lì. In piedi pare. Una di fronte all’altra.

Un sagoma sottile si delinea, sembra volersi staccare dalla sagoma più grande che l’ha generata ma una sua estremità vi rimane appesa. Si allunga ancora e ancora e diventa parte dell’altra sagoma. Si compenetrano e diventano un tutto. Un ponte tra due isole.

“Baciami” dice lei.

Il ponte si fa più corto, si flette. Le due isole stanno per cozzare. Una delle due farà sprofondare l’altra. Invece no, insieme formano un isola più grande, e non c’è più bisogno di alcun ponte.

Gli occhi si abituano all’oscurità pian piano, ora non sono più masse scure quelle abbracciate in mezzo alla stanza, sono due corpi. Ancora non si riescono a distinguere bene le forme precise, i sessi.

Però ci sono braccia che sinuose avvolgono, scivolano, accarezzano e stringono.

Ci sono labbra che si consumano le une sulle altre.

Se guardi bene puoi scorgere le lingue che fanno capolino, spuntano per un istante dai flutti delle labbra e poi si tuffano di nuovo nell’oblio, scivolano dentro. Immagini ma non lo sai. Ma è un momento che ben conosci e da un piccolo spunto riesci a capire cosa succede dentro, dove non puoi vedere.

Ora le immagini sono ancora più nitide.

Ci sono come due imbuti morbidi, rotondi che si appoggiano su un petto e vi si adagiano completamente sopra, ne prendono la forma. Il gambo dell’imbuto preme contro la superficie anteposta, come volesse respingerla, come volesse mandarla via, ma poi si arrende e si piega.

C’è un’altra estremità, turgida, che sobbalza lievemente, alla ricerca di qualcosa di così vicino ma ancora lontano. Ogni volta che i due corpi si stringono di più, che le braccia tirano a loro quel che gli sta di fronte essa si solleva, come a controllare. Poi si rassegna e s’inchina. Ma è solo un mezzo inchino.

Il corpo di lui si distacca di poco, la testa si china e scivola verso il basso lentamente, gustando tutto il percorso. La lingua accarezza delicatamente la pelle durante la discesa, e il naso subito dietro annusa la pelle. Annusa l’odore della saliva sulla pelle. La comunione chimica tra i due.

“Stringimi” dice lui.

E lei lo fa. Gli tiene una mano immersa nei capelli e una mano in mezzo alla schiena. Se lo tiene stretto, la testa di lui tra i seni, le braccia di lui che a loro volta la stringono.
Minuti.
E baci e baci. Lingue che corrono chilometri, girano su loro stesse ma si ritrovano sempre. Si preoccupano di non trascurare preziosissimi centimetri di pelle.

Le mani vorrebbero muoversi delicate e leggiadre, ma l’impeto e il momento a tratti le fuorviano. Le rendono isteriche, frenetiche. Le fanno correre e stringere, poi il senno torna.
Le mani sono gli occhi nel buio. Definiscono i contorni, le forme, la consistenza. E minuto dopo minuto l’immagine dell’altra persona è perfettamente delineata. In bianco e nero.
Le mani sanno tutto, sanno più degli occhi. Sanno esattamente dove le cose iniziano e finiscono e sanno esattamente la conseguenza del loro tocco.
Le mani comandano il respiro. Gli basta scivolare in basso, sanno esattamente dove andare, ed ecco che il silenzio come il buio pian piano scompare. Il respiro diventa rumoroso, non è più solo aria che esce dalla bocca, è un suono, una melodia, dolce e sprezzante. Una melodia che non stancherà mai.

I due corpi si muovono, iniziano ad ondeggiare delicatamente, a volte scattano. Si spostano, ma è un movimento talmente impercettibile…ad un certo punto cadono su una grossa ombra scura. Sembra morbida, quasi rimbalzano. Non si scompongono, come se sapessero cosa stava per accadere.

Ora è tutta una massa informe e scura, gli occhi si devono riabituare. Ma dopo poco ecco di nuovo le braccia ed alla fine le mani, sagge. Si vedono solo in certi istanti, poi spariscono.
Tutto si ferma, un istante.

“Prendimi” dice lei.

Tutto si confonde ancora, i due corpi spariscono, diventano un corpo unico che si muove disarticolato eppure in folle armonia. I movimenti sono puntuali e precisi. Più aumenta la loro velocità più diminuisce la loro escursione, e viceversa. A volte sembrano rallentati. Ma è il momento in cui sono più ampi. Più profondi.

L’aria intorno è sempre più pesante, più rumorosa. Ora non c’è solo il suono del respiro, c’è la sinfonia di parole, pronunciate a metà, a volte solo mugugnate. Piccoli gemiti, lievi urla a volte affiorano dalle labbra, più giù, dai denti. Dall’ugola. La lingua le accompagna fino alle labbra, all’uscita. Poi una volta li, cerca un’altra lingua con cui consolarsi.

Il brusio continua, per ore e ore pare, in realtà forse solo minuti, secondi. Nessuno lo sa, e a nessuno importa, è una dolce sinfonia di suoni e movimenti, una danza.
Dopo l’ouverture delicata altri strumenti si affiancano e il ritmo cresce, l’intensità cresce.
Poi stallo.
C’è un bridge, serve per mettere a fuoco, per fare esattamente il punto della situazione, serve ai personaggi per capire e per capirsi. Per decidere il da farsi.
E poi il culmine, il più intenso, l’azione definitiva. Tutti gli elementi partecipano all’importanza del momento, c’è frastuono intorno ma c’è una pace estrema dentro.

Uno sbuffo di fiato. Un altro. Un altro ancora. Null’altro. E’ tornato il silenzio e il buio. E’ tutto finito, è tutto come se non fosse mai successo nulla.

Solo due prove luminose di quanto accaduto. Due lucine rossicce e sottili che ritmicamente pulsano, si agitano nell’aria e sbuffano fumo.
 
 
Lo sai che cospirare vuol dire respirare assieme mi hai detto e sei tornata a dormire.

sabato 19 novembre 2011

Quel gioco qui non lo so vincere

Dall’ostentazione deriva il ridicolo.
Dalla vecchiaia deriva la saggezza.

Dall’ostentazione della saggezza cosa deriva?

Una ridicola vecchiaia?

Ma la vecchiaia esige rispetto.
E il ridicolo non si sposa col rispetto.

Perciò l’ostentazione della saggezza andrebbe rispettata.

Ma lei sola.



Nella prossima puntata de “Il pianeta delle scimmie”: Erotismo.


Sei preziosa come una finestra, quando ti vuoi buttare giù.

martedì 15 novembre 2011

This must be the wrong place

[a.k.a. resocronaca realistico-surreale del vivere in provincia]






"...e potresti per esempio chiedere a questo che so che..."
"...ma si, io dovrei conoscere quello che forse..."
"vai li, fai cosi, chiedi qui!"
"sei andato li? hai fatto cosi? hai chiesto qui?"


E pausa

E un concerto, qui vicino e facce conosciute ma ormai estranee.
E la musica entra, riempie.
E forse non era la musica adatta a quel momento, bisogna assecondare gli stati d'animo.

E mangi. Corri. La tv non prende. Il telefono non prende. Mangi. Corri.
E telefilm telefilm telefilm.
E libri! Good!
E fango! Good!
E non credevo neppure tu sapessi leggere...

E cene. Vino e caffè.
E "ma la Belen è incinta!".
E "ho ordinato la macchina nuova, tanto la scarico".
E sonno. E mal di testa.
Assecondo.
E pausa

E occhi completamente sgranati la notte, perché in questa casa il buio è più buio.
E pareti, stipiti, spigoli. Li conosci ma non così bene e ci sbatti lo stesso contro.
E cade il computer, cade il telefono.
E cade la gomma, ma quella rimbalza.
Il bianchetto non avrebbe rimbalzato.

E persone qui e persone li. Le stesse.
E vanno in camerino, cambiano abiti, cambiano personaggio. Ma i segni particolari restano.
"...per dirti cose vecchie con il vestito nuovo." Quasi.
E alcool. E sonno.
Non assecondo. Stavolta no.
Chi si lascia. Chi si ritrova. Chi si perde. Chi semplicemente non si trova.


Discorsi discorsi discorsi.
E riflessi[oni].

E fa freddo. Al mare - d'inverno - fa freddo.

Hai gli occhi chiusi e sai
di anice in bocca.

giovedì 3 novembre 2011

Incorporeal

Tu mi dici che ti dispiace per lei perché forse non ti merita. Forse tu hai la testa altrove e lei poverina la ha lì, nel mezzo del voi. Forse la stai solo usando. Forse tu lo sai, e forse lei lo sa. Forse lei finge di non saperlo ma davvero lo sa. E tu fingi di non saperlo ma davvero lo sai.

Tu mi dici che ti dispiace per lui perché forse non ti merita. Forse tu hai la testa altrove e lui poverino la ha lì, nel mezzo del voi. Forse lo stai solo usando. Forse tu lo sai, e forse lui lo sa. Forse lui finge di non saperlo ma davvero lo sa. E tu fingi di non saperlo ma davvero lo sai.

E' che alla fine usarsi è lecito. Non è sbagliato.
Tanti lo fanno, tutti lo fanno. Che sia per qualcun altro, per qualche insoddisfatto desiderio, che sia per un sogno coltivato o per uno stupido preconcetto autoimposto. Ci si usa. Inutile negarlo. I più illusi penseranno che questa sia una frase del cazzo. Ma sono giustappunto illusi. La verità vera più vera della gravità è che tutti ci usiamo.

Forse riusciamo a non usarci solo quando riusciamo a metterci da parte. Ma è dura. E non dura.

Alla fine è una questione matematica. Se ognuno pensasse solo al suo benessere nessuno soffrirebbe. E se qualcuno dice il contrario si illude.
[E chi si illude è base, n.d.r.]



Perché è quando non sai più dove cercare che trovi le risposte.
E' la poetica del sole, il culmine della vita. L'apice. L'inizio del declino.

venerdì 28 ottobre 2011

Saldati


Metti il caso, ma metti il caso,eh.

Che tu sia in un automobile bloccata sulle rotaie dentro un tunnel ferroviario.
Ora, come tu ti sia infilato in questa situazione non ti riguarda, la sfortuna ha modi di agire davvero misteriosi.
O un’eccessiva sbornia, o qualcuno ti ha drogato e ti ha portato e lasciato li. Non lo sai. Non lo saprai mai. Ma soprattutto non è importante.

Dunque tu ti trovi dentro questa automobile e non è neppure la tua, neppure di un tuo amico alla lontana, quindi non ti devi neppure preoccupare di eventuali danni ad essa.

La questione è questa. Tu sei dentro quest’auto, su una ferrovia e sai che prima o poi passerà un treno sopra di te. Dentro di te.

Certo, potresti esser fortunato ed esser capitato in un binario morto. Ma se hai avuto la sfiga di finire con l’auto in un binario ferroviario non avrai certo la fortuna che questo binario sia morto.
E se qualcuno ti ha drogato e ti ci ha portato, perché avrebbe dovuto scaricarti in un binario morto? Voglio dire, già come minimo avrà rubato un’auto per fare questa messinscena, che senso avrebbe usare un binario morto?

Bene. Dunque. Tu sei li, nella tua auto, dentro un tunnel ferroviario, su un binario vivo. E sai che un treno sta per arrivare. Di rimuovere l’auto te lo scordi, non sai in che punto del tunnel tu sia, non sai da che parte arriverà il treno, forse non hai neppure le chiavi. Come sopra. Non è importante.

Il punto davvero importante è che hai un po’ paura, perché comunque sai che il treno sta per arrivare.
Ma non molta perché è un evento ancora fuori dal tuo controllo.
C’è un piccolo pezzo nel cervello che ti mette in guardia, sa quello che succederà e ti avverte, ma è ancora troppo remota come possibilità perché questo possa alterare il tuo stato o gestire i tuoi comportamenti.
Quindi tu sei concentrato principalmente sul perché tu sia li e come tu ci sia arrivato e non pensi all’imminente destino.

Poi d’un tratto succede.

Laggiù in fondo in fondo vedi una lucina.
E’ lontanissima ma la vedi. Ancora non senti alcun rumore, nessuna vibrazione che ti aspetteresti ma vedi comunque quella lucina.

Ancora non sai bene cosa pensare, come sentirti ma il cuore inizia ad accelerare. Un turbine di pensieri.
Come uscire? Cosa fare? Dove andare?
E più la lucina si avvicina più aumenta la matassa di decisioni da prendere e il tempo scorre lentissimo, ma sai che è solo un illusione.

La luce ora è più grande, quanto sarà? A cento metri? Non lo sai, non lo puoi sapere, ma te ne convinci lo stesso.
Sei ancora lì, impalato. Sai che non dovresti stare lì, ma ci stai lo stesso perché sei paralizzato.
Ti odi, perché passi quelli che pensi siano gli ultimi istanti della tua vita immobile a pensare a cosa fare, invece di provare a fare qualcosa e magari a trasformare quegli ultimi istanti in istanti come altri.

Cinquanta metri. Ancora lì che rifletti. Ti guardi intorno velocemente. A destra e a sinistra ma comunque non ti muovi.

Venticinque metri. I pensieri ormai sono una cosa sola. Aprire, uscire, saltare, scansarsi.
Aprireusciresaltarescansarsi. Apruscisaltansarsi. Apransarsi.

Dieci metri. Ormai ti è addosso. Ora le emozioni hanno preso il sopravvento e tu non riesci più a pensare.
Sei sopraffatto.

Cinque metri.
Cazzo cazzo cazzo cazzo.

Bum

Sibilo.
 
Quando è stato il momento esatto in cui le emozioni hanno preso il sopravvento sulla ragione? C’è stato un punto in cui ancora eri in grado di pensare, poi sei stato rimpiazzato.
 

Portami a vedere il cielo questa notte, anche se è nuvolo.
Portami a vedere il cielo questa notte, anche se è nuvolo.
Ho tanto caldo anche se è inverno.

Non più.

mercoledì 19 ottobre 2011

...

...e lunghe ore a ingannarci cosi'
a dire lui e lei, sempre gli altri,
e i palliativi sono sempre tanti
per non ammettere che siamo qui.
Charlie Brown e Mafalda e la scuola
storie un po' vere, a volte inventate,
nei pomeriggi d''inverno e d'estate,
di strani voli su una parola.

Quando cantavo plaisir d'amour,
tu mi guardavi e ridevi piu' forte:
non lo capivi che ti facevo la corte
o forse capivi e la furba eri tu.
E mi hai sospeso su un filo di lana
e mi ci terrai ancora per molto,
giovane amore, fiore non colto,
o forse si', ma da un'altra mano.

E chi lo sa se anche tu mi vuoi bene,
a volte credo di esserne certo,
a volte invece sembra tutto uno scherzo:
fuggono gli occhi come falene.
Amica mia sorella speranza,
quello che vuoi sentire io non ti diro',
quello che voglio non sentiro',
quello che c'e' dietro l'indifferenza.

E tutto e' morto e tutto e' ancora vivo
e solamente tutto e' cambiato,
quello che provo l'ho sempre provato,
e credo ancora in cio' in cui credevo.
E il fiocco nero e' l'unica cosa
che mi e' rimasta con la malinconia,
ma insieme a questa stanca anarchia
vorrei anche te, amica mia.

Ma dimmi tu, non e' meglio cosi'?
Immaginare ed illudersi sempre,
qui ad aspettare qualcosa o niente,
qui ad aspettare un no o un si',
che in ogni caso sarebbe fine
di tutto questo che almeno e' un ricordo,
cosi' studiato giorno per giorno,
fatto di tanti cristalli di brina.




Con 12 punti nel culo ed 1 sul cuore.
Domani mi tolgono quelli nel culo.
Quand'è l'appuntamento per quello più su?

giovedì 13 ottobre 2011

De Rerum Basis

Non c'è nulla di male ad essere base, ma a me fa schifo al cazzo (cfr. italiano nel testo)

  
Base?
Base è bellissimo perché non è un insulto.
Base è bellissimo perché è soggettivo.
Base è bellissimo perché non è omnicomprensivo, ma settoriale.
Base è bellissimo perché esprime il punto di partenza,
che poi ognuno ci costruisca sopra quel che vuole.
E se non ci costruisce sopra nulla
allora quell'ognuno è

Base!
 
Base non è un aggettivo, è una condizione e può avere vari ambiti.
Base è un modo per classificare senza classificare.
Base è un modo per stabilire se vale la pena ascoltare o no.
Base è finalmente il modo per uscire dall'impasse "Ma è un/una bravo/a ragazzo/a": se è base non importano le sue virtù.
Base, in più, è anche simpatico perché grammaticalmente scorretto.
Base, nella sua ingenua scorrettezza, è piacevole come il "Ma però" consecutivo, enfatizzato con smorfie o inflessione della voce.
Base è una licenza poetica.
Base non può essere rimpiazzato con sinonimi, perché sotto sotto
base è un insulto per chi lo pronuncia ma non per chi lo riceve.

 
In un vortice di sabbia gli altri vedevan siccità
a me ricordava la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa.


Jones non è base, gli altri si.
Ma se uno degli altri ci avesse visto chessò un mulino, neanche lui sarebbe stato base.
Ma se anche uno degli altri si fosse interrogato sul perché stesse vorticando la sabbia,
allora neanche costui sarebbe stato base.
E in più se anche uno degli altri non avesse potuto vedere siccità poiché incantato
dal movimento di ogni singolo granello di sabbia colto, sollevato, sbattacchiato contro gli altri,
portato nel punto più alto e poi lasciato ridiscendere in balia della corrente residua esterna,
come una molecola d'acqua in ebollizione allora, neppure lui, sarebbe stato base.
E se uno alla vista del vortice si fosse messo a piangere ricordando il vortice analogo
che ci fu quando egli era ancora bambino e spensierato bene,
neppure egli sarebbe stato base.
Ma anche se per lo stesso motivo avesse sorriso non sarebbe stato base.

martedì 23 agosto 2011

Solo sangue e non magia. Solo sangue e non va via.


Aversi e perdersi.
Amarsi e odiarsi.
Lasciarsi e incontrarsi.


E’ tutto un gioco meraviglioso. Si vince e si perde ma si continua a giocare.
Da sempre si rischia il tutto e per tutto, la carta più alta, il punto maggiore.
Perché nessuno gioca davvero per passare il tempo, tutti vogliono vincere, alcuni non vogliono perdere, ma non è un bel modo di giocare.

C’è chi gioca da cosi tanto tempo a tutto, soprattutto alla vita, che alla fine non riesce più ad applicare criteri di prudenza a circostanze che li necessiterebbero.
Ma è solo un modo come un altro di affrontare le cose.
C’è poi chi di norma è prudente e solo a volte gioca il suo asso di denari, e quella volta lì è la volta in cui lo perde. Ed è solo un errore di valutazione.

Certo, a volte proprio di giocare non si ha voglia, è normale, dopo aver passato una vita a farlo, però non si può stare troppo tempo senza perché si rischia di non ricordare più le regole, e però non si può dire di non saper giocare, non sarebbe vero. Solo si è persa quella malizia, quella capacità di sapere quando rischiare e quando no e di capire l’avversario  accumulate in anni e anni di partite consecutive.
E cosi finisce che l’ultimo arrivato al tavolo, quello un po’ smilzo con gli occhialini e i foruncoli, quello che non ci avresti scommesso una cicca, ti batte.
Ma è comunque un gioco meraviglioso. Si vince e si perde ma si continua a giocare.
L’importante è sempre tornare a giocare.
 
L'indignazione è rara, quella vera. Ed io odio il carcere [cit.]

E’ molto molto facile essere malinconici d’inverno.

venerdì 22 luglio 2011

All apologies

Ode a Genova
Che quando la vedi per la prima volta ti fa schifo.
Che quando la vedi per la seconda volta puzza.
Che quando la vedi per la terza volta te ne innamori e non puoi più stare senza.

Ode ai vicoli, ai loro suoni, ai loro profumi e anche alla loro puzza.

Ode a via di Chiabrera e al suo cinema porno per ratti.
Ode a piazza delle Erbe, agli incontri casuali, alla pressione della gente che sembra di stare ad un concerto.
Ode ai vicini di casa, tutti. Perché quando vivi nei vicoli sono tutti vicini di casa.
Ode alla taverna di Zaccaria che ti porta da mangiare sulle scale della chiesa escusaseèpoco.
Ode alla Posta Vecchia, che è il B-Side della Lepre ma non è altrettanto affascinante.
Ode a "Io mi trovo dietro".

Ode al Banano Tsunami che sarebbe meglio se fosse come il Milk ma non è come il Milk eppure si dividono le serate dell'anno.
Ode al Porto Antico tutto, perché anche se c'è liquame li intorno a te sembra di essere al mare in mezzo alla città.
Ode a quelli che ci si lanciano dentro a quel liquame per fare una nuotata, e ti fan rendere conto di non essere l'unico a pensarla cosi.
Ode alle case senza luce e alle case col terrazzo sul tetto.
Ode alle feste in casa di questo o di quello, che ci finisci solo perché c'è la tipa che t'interessa ma che si intrattiene solo con un altro e tu allora ti dedichi agli altri e passi una serata che più assurda non avresti potuto immaginarla.
Ode ai commercianti del quartiere, che fanno come i commercianti dei paesini, e allora il centro storico altri non è che una piccola provincia costellata di comuni con 500 abitanti. Ode al campanilismo.
Ode al levante e al ponente, che basta che fai 10 km e sembra di esser lontani anni luce dalla "città".
Ode a Genova, grande come una città ma che vive come un paesotto.
Ode alle corse nei vicoli che quando spunti da un angolo sicuro collidi con un motorino, un'anziana o un cane.
Ode allo ZTL che ti fa entrare in auto in un mondo dove le auto non dovrebbero stare e ti sembra di essere a Gardaland dentro il mondo Egizio.
Ode a piazza Dante e alla casa di Colombo, alle lunghe chiacchierate su quelle scale e su quei muri senza soffitto.

Ode alla latteria di piazza S. Donato e alle bottiglie di fragolino rigorosamente in bicchieri di plastica 50cl.
Ode a Melina Riccio, la profeta del nuovo mondo, e alle sue parole d'amore che comunque vada ti fanno sorridere.
Ode a MGZ, il profeta maschio che con Genova non c'entra machisonoioperdirlo.
Ode a Bob Quadrelli che non è ancora profeta ma presto lo diventerà.
Ode alle università, sempre in guerra tra loro ma pronte a far festa tutte insieme.
Ode a tutte le cose brutte che ci sono a Genova, ma che quando chiedi a questo o a quello scopri che qualcuno le ama lo stesso per qualche motivo.
Ode ai giardini di plastica che chissaperche mi ricordano Terminator2. E potevosceglieremiglioriesempi.
Ode a S. Luca, all'Ekom che c'era nel momento del bisogno, ai suoi negozi di cellulari, a Namaste e agli indiani e ai cinesi che per le feste in maschera sono davvero dei Jolly.
Ode a corso Gastaldi, che comunque vada sarà sempre la mia prima casa. E la mia seconda famiglia.
Ode alla focaccia, che come la mangi qui non la mangi da nessun'altra parte. E quando sei qui non la mangi. E quando sei altrove la rimpiangi.
Ode al Buridda, che risolve spesso serate senza speranza.
Ode al mercato Orientale, che non sai che c'è ma quando ci entri sembra di stare altrove.
Ode alle cacche di cane davanti al portone e :"Caro cane, se non la smetti di farti portare qui a fare le deiezioni qualche giorno ti avveleno il padrone".
Ode ai caschi sotto braccio e a quelli in testa al contrario.
Ode a S. Lorenzo, la via del vento dove succede sempre qualcosa di buffo.
Ode alla sopraelevata, perché non importa quanto tu sia stato via, quando torni e la prendi ti senti abbracciato dalla città tutta.
Ode alla Tosse che ti fa avvicinare al teatro piano piano.

Ode al ponte monumentale perché ti senti un uccello li sopra.
Ode alla gente che è chiusa come un riccio [di mare] ma che quando ti fa entrare li, dentro la scorza, sai che non ne uscirai più.
Ode agli sconosciuti che ti guardano storto, e a quelli che nonti guardano storto e li adori più di tutto il mondo.
Ode alle persone che conosci e che non scorderai mai, anche se ci hai condiviso pochi istanti, e sicuro eri gonfio, e minchia come stavo e non facciamo che...
Ode a quelle persone in particolare che conosci cosi bene che puoi non vederle per un anno, due, dieci ma che d'un tratto ti trovi davanti a piazza S. Lorenzo o dietro l'angolo di via di Scurreria, in mezzo alla folla e le riconosci anche ad uno sguardo fugace.
Ode all'inchiostro sulla pelle.
Ode a chi c'è stato, per poco o per tanto, perché è diventato parte della città.
Ode a te, Genova
Che quando ti vedo per la prima volta mi fai schifo.
Che quando ti vedo per la seconda volta puzzi.
Che quando ti vedo per la terza volta me ne innamoro e non posso più stare senza.




martedì 19 aprile 2011

To leave or not to live?

Che fare?

Palle in mano, soldi in tasca, futuro incerto e andare.
Palle in tasca, soldi in banca, futuro sicuro e stare.

Ma se andare non fosse prova di coraggio ma di codardia?
Ma se stare non fosse prova di codardia ma di coraggio?




Certo non è così semplice la decisione quando l'INdecisione si fonda non solo sull'azione ma è radicata nel pensiero e soprattutto nell'etica del pensiero.

Penso troppo e agisco troppo poco

venerdì 15 aprile 2011

Sola_mente

Buffo come funzionino le relazioni interpersonali. Quando hai assoluto bisogno di socialià, di gente, di essere un po' al centro dell'attenzione pare che il mondo si giri dalla parte opposta. E ti rifugi nelle tue cose. Negli interessi.
Nei film. Nei libri. Nella musica.
Ti ci ranicchi dentro, ne fai il tuo rifugio. Permeabile. Come a diventare un tutt'uno con una coperta.
Una coperta di stimoli.
E da buona coperta ti avvolge così tanto da farti scordare il resto, d'un tratto non hai più bisogno della "gente". Hai le tue cose, ti rendono felice. Perché la gente è niente. E' effimera. Non ti può star vicina, è come uno sciame, ti ronza intorno un po', poi si disinteressa e va a ronzare intorno a qualcun altro. Per un istante quando è attorno a te ti scalda, ti fa sentire parte di qualcosa, ma è solo un illusione. La gente è troia. E con tutto il rispetto. Per le prostitute. Sia chiaro.
Ed ecco che accade. Come tutte le cose che ti si appiccicano quando non vuoi, d'un tratto l'occhio del mondo si gira verso di te e sei di nuovo li, avvolto dallo sciame. Perché non ne hai bisogno, stai meglio senza. Sicuramente staresti meglio senza. E allora c'è.

E allora come cazzo deve fare uno?
Far sempre finta che non gli serva questo o quello?
Prendersi per il culo da solo? 
Può darsi.



C'è solo una persona.
Il resto sono tette, culi e bei discorsi.