mercoledì 25 gennaio 2012

Il primo temporale dell'estate, dal mattino, ripulisce la città.

Certo che lo sai com'è fatto il sole.
Anche se non lo vedi per giorni e giorni ti ricordi i suoi contorni incandescenti.
Sei consapevole che senza strizzare gli occhi
o senza lenti molto scure non puoi star lì a fissarlo.




Eppure quando lo guardi di nuovo ti acceca.
Com'è strano raccontarti che non c'è niente di particolare.

domenica 8 gennaio 2012

Better to reign in hell than serve in heaven

Let the battle commence
[dice una t-shirt regalatami per il santo natale. Non ho neppure idea se sia scritto giusto. Certo è che commence è proprio un brutto inglese. In ogni caso non la metterò mai]




Il significato però è giusto. Ho voglia di svegliarmi cazzo. Anche se fuori dal letto c'è freddo e vedo la luce del sole, la vedi fuori, e potrei giurarci che scalderà, anzi ne sono sicuro. Allora tiro fuori un braccio dal piumone, gli faccio strada nel mondodifuori e brividi lungo il braccio e brividi lungo il corpo e brividi fino all'inguine e pelledoca.


Nonono, non mi muovo da qui.


Però fuori tutto si muove e ho voglia di scivolarci pure io in quella corrente, di arrivare fino al punto più profondo e poi lasciarmi trascinare, e chissadoveandròafinire, o a frinire.


E allora mi faccio coraggio e ritiro fuori il braccio, ora tanto so già che sarà freddo fuori e non mi coglierà più di sorpresa. Lo allungo fuori, tasto la pietra ai piedi del letto ed è meravigliosamente rugosa. Guardandola sapevo che lo sarebbe stata, ma dopo la fregatura della temperatura avevo bisogno di conferme.


OK dunque, solo un piccolo intoppo ma per il resto ancora mi oriento bene.


Allora mi faccio forza e sollevo un angolo del piumone, mi scopro fino all'ombelico. Tutto bene. Piego una gamba, poi l'altra e mi siedo sul bordo, coi piedi appoggiati a quella pietra confortevole. Guardo intorno, lascio abituare le pupille alla luce. Mi do una piccola spinta con le braccia e su.


E inizio a camminare in avanti.


Dopo qualche passo mi fermo. Assaporo la brezza fredda che mi avvolge, si infila sotto la t-shirt e mi indurisce i capezzoli. Ho un piccolo brivido, allora mi volto e guardo quel letto li, da solo, caldo accogliente.


Ci penso un pochino su.


Nono, non fa per me.
Mi volto, me ne scordo e vado avanti. Cammino sulla terra, sull'erba poi su ponti e strade.
Tutto brulica, e voglio brulicare anche io [e sbaglio SAPENDO di sbagliare]


Una moltitudine di mani mi afferra e mi tira da una parte e dall'altra.
Io ancora scombussolato mi lascio un po' trascinare da ciascuna. Il mio corpo è molle e si piega in avanti quando viene tirato, è solo questione di prontezza, dopo un attimo riacquista rigidezza, si libera dalla presa e torna indietro. Così di seguito avanti e indietro in ogni direzione, finché non riesco a destreggiarmi, a non farmi più afferrare o a liberarmi subito da ogni presa, perché non è dietro a loro che voglio andare.


Mi faccio largo, esco da questa foresta di mani tese finalmente e punto dritto al mio obiettivo.


Il letto è solo un ricordo lontano, anche le mani a ben vedere, poiché qui tutto avviene velocissimamente.


Arrivo finalmente sulla cima di una collina e guardo in basso. 
Lì c'è la mia meta, la strada è stata dura ma arrivare fino a lì sarà molto molto semplice.


Il difficile sarà dopo ma a questo penserò.
Ora voglio solo gioire perché, comunque, lì ci sono arrivato.
E sembra anche non faccia così freddo.


Avevo un giorno un campo in mezzo ad altri cento ci coltivavo more e fiori e un po' di sentimento.