te ne vai mesto mesto in giro,
mettiamo in una città mai vista prima. vedi qualcosa che ti piace,
magari un frame particolare,
mettiamo l'interno di una chiesa, un dettaglio del rosone con adiacente un dipinto contenente storie di angeli e di gente inginocchiata. non importa poi molto.
la vuoi, è tua. impugni la macchina, alzi le braccia, occhio dentro il mirino e click.
te la porti a casa.
ora è sera e ti viene voglia di rivederlo quel dettaglio che ti aveva così colpito.
accendi tutto, colleghi. ammiri ma
niente.
quanto ti aveva suscitato poche ore prima si è dissolto e non sai dove sia finito.
forse la foto non è venuta granché. ma no. la guardi. la riguardi. c'è tutto.
anche la luce è pressappoco fedele.
e cos'è allora?
cosa manca?
accendi una sigaretta per pensare meglio e difatti avviene il miracolo.
l'illuminazione.
manca l'incenso.
non solo la lieve velatura dell'atmosfera, manca proprio l'odore.
tutto quello che ci circonda viene percepito con tutti i sensi, non solo con la vista.
quindi
se togli all'equazione gli altri quattro ti resta un'immagine depauperata.
dev'esserci un modo per completare l'operazione.
deve passare attraverso l'uomo.
all'immagine della scena andrebbe aggiunta un'immagine dell'osservatore che
vive la scena.
si, deciso. dev'essere così.
ma così le variabili aumenterebbero a dismisura e oltre alla differente percezione dell'immagine che avrebbe un potenziale osservatore della fotografia, si dovrebbe aggiungere anche la differente percezione del particolare odore o suono di chi è immerso nella scena.
diventerebbe una soggettività al quadrato.
e tutto dipenderebbe dall'uomo, solo dall'uomo, da nient'altro che dall'uomo.
e siamo poi sicuri che così renderemmo giustizia alla scena?
forse funzionerebbe solo per le intrusioni eccessive.
un forte odore, un suono improvviso. queste sì, lascerebbero traccia del loro passaggio
ma una lieve musica in sottofondo, o il sopraccitato incenso avrebbero il posto che spetta loro di diritto?
probabilmente no.
forse non c'è modo di far vivere ad un altro soggetto qualcosa che di fatto non ha vissuto.
forse l'esperienza è unica e la narrazione non la può eguagliare.
forse.
aggiungi poi che le immagini arrivano alla fotocamera capovolte.
il processore poi si fa i suoi calcoli e le rimette dritte come le vogliamo noi.
tu guardi la fotografia scattata e sulla retina si impressiona capovolta.
il cervello poi si fa i suoi calcoli e la rimette dritta come la vuoi tu.
due capovolgimenti per una sola fotografia. e aggiungi variabili.
aggiungi inoltre che i colori non esistono.
che li percepisci dipendentemente da come la luce,
in quel particolare momento,
si riflette sulla scena.
vedi un immagine in bianco e nero.
il cervello percepisce la riflessione della luce e colora l'immagine nella tua testa.
la fotocamera imprime un'immagine in bianco e nero.
il processore percepisce la riflessione della luce e colora l'immagine nella memoria.
due gradi di sensibilità cromatica diversa per la stessa fotografia
insomma a voler applicare la buona prassi di fotografare anche l'osservatore della scena oltreché la scena stessa si dovrebbero aggiungere altri due gradi all'esponente della soggettività.
soggettività alla quarta.
e tutto per un cazzo di rosone e di un dipinto e del profumo di incenso.
e il rischio del "telefono senza fili" delle percezioni.
mi sa che sia indispensabile vivere e non si possa demandare il compito.
per capire e per capirsi.
sospesi ancora nell'attimo in cui poteva succedere


