mercoledì 30 novembre 2011

V.M. 18 [a.k.a. Le promesse si mantengono]


“Vieni qui” dice lui.

Quasi non c’è luce nella casa. Solo piccole lame azzurro chiaro si fanno largo dalle due grandi persiane chiuse. Non permettono di vedere, solo lasciano percepire la presenza di due sagome, distanti da tutto il resto contenuto nella stanza. Sono lì. In piedi pare. Una di fronte all’altra.

Un sagoma sottile si delinea, sembra volersi staccare dalla sagoma più grande che l’ha generata ma una sua estremità vi rimane appesa. Si allunga ancora e ancora e diventa parte dell’altra sagoma. Si compenetrano e diventano un tutto. Un ponte tra due isole.

“Baciami” dice lei.

Il ponte si fa più corto, si flette. Le due isole stanno per cozzare. Una delle due farà sprofondare l’altra. Invece no, insieme formano un isola più grande, e non c’è più bisogno di alcun ponte.

Gli occhi si abituano all’oscurità pian piano, ora non sono più masse scure quelle abbracciate in mezzo alla stanza, sono due corpi. Ancora non si riescono a distinguere bene le forme precise, i sessi.

Però ci sono braccia che sinuose avvolgono, scivolano, accarezzano e stringono.

Ci sono labbra che si consumano le une sulle altre.

Se guardi bene puoi scorgere le lingue che fanno capolino, spuntano per un istante dai flutti delle labbra e poi si tuffano di nuovo nell’oblio, scivolano dentro. Immagini ma non lo sai. Ma è un momento che ben conosci e da un piccolo spunto riesci a capire cosa succede dentro, dove non puoi vedere.

Ora le immagini sono ancora più nitide.

Ci sono come due imbuti morbidi, rotondi che si appoggiano su un petto e vi si adagiano completamente sopra, ne prendono la forma. Il gambo dell’imbuto preme contro la superficie anteposta, come volesse respingerla, come volesse mandarla via, ma poi si arrende e si piega.

C’è un’altra estremità, turgida, che sobbalza lievemente, alla ricerca di qualcosa di così vicino ma ancora lontano. Ogni volta che i due corpi si stringono di più, che le braccia tirano a loro quel che gli sta di fronte essa si solleva, come a controllare. Poi si rassegna e s’inchina. Ma è solo un mezzo inchino.

Il corpo di lui si distacca di poco, la testa si china e scivola verso il basso lentamente, gustando tutto il percorso. La lingua accarezza delicatamente la pelle durante la discesa, e il naso subito dietro annusa la pelle. Annusa l’odore della saliva sulla pelle. La comunione chimica tra i due.

“Stringimi” dice lui.

E lei lo fa. Gli tiene una mano immersa nei capelli e una mano in mezzo alla schiena. Se lo tiene stretto, la testa di lui tra i seni, le braccia di lui che a loro volta la stringono.
Minuti.
E baci e baci. Lingue che corrono chilometri, girano su loro stesse ma si ritrovano sempre. Si preoccupano di non trascurare preziosissimi centimetri di pelle.

Le mani vorrebbero muoversi delicate e leggiadre, ma l’impeto e il momento a tratti le fuorviano. Le rendono isteriche, frenetiche. Le fanno correre e stringere, poi il senno torna.
Le mani sono gli occhi nel buio. Definiscono i contorni, le forme, la consistenza. E minuto dopo minuto l’immagine dell’altra persona è perfettamente delineata. In bianco e nero.
Le mani sanno tutto, sanno più degli occhi. Sanno esattamente dove le cose iniziano e finiscono e sanno esattamente la conseguenza del loro tocco.
Le mani comandano il respiro. Gli basta scivolare in basso, sanno esattamente dove andare, ed ecco che il silenzio come il buio pian piano scompare. Il respiro diventa rumoroso, non è più solo aria che esce dalla bocca, è un suono, una melodia, dolce e sprezzante. Una melodia che non stancherà mai.

I due corpi si muovono, iniziano ad ondeggiare delicatamente, a volte scattano. Si spostano, ma è un movimento talmente impercettibile…ad un certo punto cadono su una grossa ombra scura. Sembra morbida, quasi rimbalzano. Non si scompongono, come se sapessero cosa stava per accadere.

Ora è tutta una massa informe e scura, gli occhi si devono riabituare. Ma dopo poco ecco di nuovo le braccia ed alla fine le mani, sagge. Si vedono solo in certi istanti, poi spariscono.
Tutto si ferma, un istante.

“Prendimi” dice lei.

Tutto si confonde ancora, i due corpi spariscono, diventano un corpo unico che si muove disarticolato eppure in folle armonia. I movimenti sono puntuali e precisi. Più aumenta la loro velocità più diminuisce la loro escursione, e viceversa. A volte sembrano rallentati. Ma è il momento in cui sono più ampi. Più profondi.

L’aria intorno è sempre più pesante, più rumorosa. Ora non c’è solo il suono del respiro, c’è la sinfonia di parole, pronunciate a metà, a volte solo mugugnate. Piccoli gemiti, lievi urla a volte affiorano dalle labbra, più giù, dai denti. Dall’ugola. La lingua le accompagna fino alle labbra, all’uscita. Poi una volta li, cerca un’altra lingua con cui consolarsi.

Il brusio continua, per ore e ore pare, in realtà forse solo minuti, secondi. Nessuno lo sa, e a nessuno importa, è una dolce sinfonia di suoni e movimenti, una danza.
Dopo l’ouverture delicata altri strumenti si affiancano e il ritmo cresce, l’intensità cresce.
Poi stallo.
C’è un bridge, serve per mettere a fuoco, per fare esattamente il punto della situazione, serve ai personaggi per capire e per capirsi. Per decidere il da farsi.
E poi il culmine, il più intenso, l’azione definitiva. Tutti gli elementi partecipano all’importanza del momento, c’è frastuono intorno ma c’è una pace estrema dentro.

Uno sbuffo di fiato. Un altro. Un altro ancora. Null’altro. E’ tornato il silenzio e il buio. E’ tutto finito, è tutto come se non fosse mai successo nulla.

Solo due prove luminose di quanto accaduto. Due lucine rossicce e sottili che ritmicamente pulsano, si agitano nell’aria e sbuffano fumo.
 
 
Lo sai che cospirare vuol dire respirare assieme mi hai detto e sei tornata a dormire.

sabato 19 novembre 2011

Quel gioco qui non lo so vincere

Dall’ostentazione deriva il ridicolo.
Dalla vecchiaia deriva la saggezza.

Dall’ostentazione della saggezza cosa deriva?

Una ridicola vecchiaia?

Ma la vecchiaia esige rispetto.
E il ridicolo non si sposa col rispetto.

Perciò l’ostentazione della saggezza andrebbe rispettata.

Ma lei sola.



Nella prossima puntata de “Il pianeta delle scimmie”: Erotismo.


Sei preziosa come una finestra, quando ti vuoi buttare giù.

martedì 15 novembre 2011

This must be the wrong place

[a.k.a. resocronaca realistico-surreale del vivere in provincia]






"...e potresti per esempio chiedere a questo che so che..."
"...ma si, io dovrei conoscere quello che forse..."
"vai li, fai cosi, chiedi qui!"
"sei andato li? hai fatto cosi? hai chiesto qui?"


E pausa

E un concerto, qui vicino e facce conosciute ma ormai estranee.
E la musica entra, riempie.
E forse non era la musica adatta a quel momento, bisogna assecondare gli stati d'animo.

E mangi. Corri. La tv non prende. Il telefono non prende. Mangi. Corri.
E telefilm telefilm telefilm.
E libri! Good!
E fango! Good!
E non credevo neppure tu sapessi leggere...

E cene. Vino e caffè.
E "ma la Belen è incinta!".
E "ho ordinato la macchina nuova, tanto la scarico".
E sonno. E mal di testa.
Assecondo.
E pausa

E occhi completamente sgranati la notte, perché in questa casa il buio è più buio.
E pareti, stipiti, spigoli. Li conosci ma non così bene e ci sbatti lo stesso contro.
E cade il computer, cade il telefono.
E cade la gomma, ma quella rimbalza.
Il bianchetto non avrebbe rimbalzato.

E persone qui e persone li. Le stesse.
E vanno in camerino, cambiano abiti, cambiano personaggio. Ma i segni particolari restano.
"...per dirti cose vecchie con il vestito nuovo." Quasi.
E alcool. E sonno.
Non assecondo. Stavolta no.
Chi si lascia. Chi si ritrova. Chi si perde. Chi semplicemente non si trova.


Discorsi discorsi discorsi.
E riflessi[oni].

E fa freddo. Al mare - d'inverno - fa freddo.

Hai gli occhi chiusi e sai
di anice in bocca.

giovedì 3 novembre 2011

Incorporeal

Tu mi dici che ti dispiace per lei perché forse non ti merita. Forse tu hai la testa altrove e lei poverina la ha lì, nel mezzo del voi. Forse la stai solo usando. Forse tu lo sai, e forse lei lo sa. Forse lei finge di non saperlo ma davvero lo sa. E tu fingi di non saperlo ma davvero lo sai.

Tu mi dici che ti dispiace per lui perché forse non ti merita. Forse tu hai la testa altrove e lui poverino la ha lì, nel mezzo del voi. Forse lo stai solo usando. Forse tu lo sai, e forse lui lo sa. Forse lui finge di non saperlo ma davvero lo sa. E tu fingi di non saperlo ma davvero lo sai.

E' che alla fine usarsi è lecito. Non è sbagliato.
Tanti lo fanno, tutti lo fanno. Che sia per qualcun altro, per qualche insoddisfatto desiderio, che sia per un sogno coltivato o per uno stupido preconcetto autoimposto. Ci si usa. Inutile negarlo. I più illusi penseranno che questa sia una frase del cazzo. Ma sono giustappunto illusi. La verità vera più vera della gravità è che tutti ci usiamo.

Forse riusciamo a non usarci solo quando riusciamo a metterci da parte. Ma è dura. E non dura.

Alla fine è una questione matematica. Se ognuno pensasse solo al suo benessere nessuno soffrirebbe. E se qualcuno dice il contrario si illude.
[E chi si illude è base, n.d.r.]



Perché è quando non sai più dove cercare che trovi le risposte.
E' la poetica del sole, il culmine della vita. L'apice. L'inizio del declino.